Questo racconto lungo di Kafka non ha bisogno
di molte introduzioni: il commesso viaggiatore
Gregor Samsa un mattino si sveglia e scopre
di essersi trasformato in un enorme insetto.
La sua famiglia inorridita non lo riconosce,
e in quelle nuove vesti lui non riesce a farsi capire:
la sua voce umana è ora un pigolio lamentoso.
Finirà per morire proprio per mano del padre,
che, nel tentativo di cacciarlo, lo colpirà con una
mela. E d’inquietante in questo racconto non
c’è tanto, o solo, la prospettiva di risvegliarsi nel
corpo di un insetto, quanto soprattutto quella
mela incistata nel suo carapace, l’infezione che
causerà, la morte a cui lo porterà. Kafka è sì il
cantore dell’inquietudine, dell’incomunicabilità e
dell’oppressione, ma è anche – come solo i grandi
scrittori sanno essere – in grado di aprire uno
squarcio nella maglia della realtà che ci presenta.
Non una consolazione, limitante per lui oltre che
menzognera, ma una polvere leggera che si posa
sulle cose e ne addolcisce i contorni. Perché in
fondo l’errore del padre non è quello di scagliare
una mela contro l’enorme insetto che gli infesta
la casa, quanto quello di non riuscire a riconoscere
in esso il proprio figlio. Cioè di non aver saputo
affinare abbastanza la vista per cogliere la polvere
che si posa sulle cose.